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Secondo giorno – Un po’ di cazzeggio, un po’ di cultura

Alzarsi questa mattina è stata tosta. Un po’ perché ieri sera ho scoperto che abbiamo 4 ore e mezza di fuso, e non tre e mezza come pensavo, un po’ perché ieri sera ho finito tardi di scrivere il post e postare le foto, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho fatto la mia solita pratica tranquilla, un po’ yin, un po’ hatha. Mi metto in un nagolo in modo da non dare fastidio a chi pratica Ashtanga cpn Rameshji. La posizione mi dà un certo vantaggio, perché posso, ogni tanto buttare l’occhio e controllare che tutto sia a posto e la pratica proceda tranquilla, ma ogni tanto ho il privilegio di vedere scene impagabili.

Come per esempio Cesario, che si è presentato in shala con tappetino, due asciugamani e un cambio di maglia. Per chi non avesse letto il racconto di ieri, Cesario è quello che suda parecchio. La pratica inizia,  la temperatura in sala comincia a salire. Come da tradizione, siamo sigillati dentro, con porte e finestre chiuse. Nel giro di qualche (loro) saluto al sole è come trovarsi in una risaia. Io pratico, guido il mio gruppetto e ogni tanto butto l’occhio. Mentre mi infilo in un Ardha Matsyendrasana mi cade l’occhio proprio su Cesario. E’ fradicio, no di più, è l’uomo di Atlantide, ormai sott’acqua. Approfitta di un conteggio per fare un pit-stop maglietta. Passano i respiri, passano gli asana, mi ritrovo ancora girata nella sua direzione. La maglia aderisce al povero Cesario, manco fosse una muta, ma il bagnato è dentro, e lui decide di togliere anche quella, ormai inutile zavorra inzuppata. Rameshji chiama un paschimottanasana e lui si llunga in avanti. Dal busto, come si trattasse di una spugna, zampilla acqua, nel senso letterale della parola. e, Maledizione, proprio in quel momento mi viene in mente la scena del pilota dell’aereo più pazzo del mondo, quando deve atterrare e, preso dal panico, suda come un pazzo. Faccio fatica a stare seria, ma ce la faccio.

La mattinata è libera, per poter sbrogare le proprie faccende. Alcuni ne approfittano per andare a farsi fare un massaggio ayurvedico. Devo dire che un gruppo così massaggiato non mi era mai capitato.

Dopo pranzo andiamo al Mysore Palace. Facciamo tutto il giro di questa ernome caramellona colorata e quando arriviamo alla sala degli affreschi con gli dei e gli avatara ci fermiamo a guardali e analizzarli tutti. Il giro scivola, il palazzo è in chiusura. Mentre ci dirigiamo verso l’uscita scorgiamo la porticina aperta del tempio dedicato a Varaha, cje non sono mai riuscita a vedere. Tre o quattro di noi entrano da questa porticina stile Alice nel paese delle meraviglie, quando arriva un signore che con aria burbera ci dice qualcosa in kannada e ci sbatte la porticina in faccia. Ci rimaniamo male, ci guardiamo in faccia, quando sentiamo delle risate fragorose dall’interno. Il portone principale si spalanca e ci comprae un faccione allegro che ci fa entrare. Il tempio è incantevole. Al suo interno regna un silenzio incredibile e finalmente riesco a gustarmelo un po’.

si è fatto tardi, è pra di tornare a casa, chiamiamo i tuk tuk con la nostra applicazione di Uber. Come al solito scatta la gara per vedere chi arriva prima a destinazione. Edo, il nostro autista si chiama Prasanna, aiutami a trovarlo. Intanto il gruppetto di Emilia si avvia verso un tuk tuk dall’altra parte della strada, ma l’autista ciondola la testa facendo capire che non è il loro tuk tuk. Chiedo a Emilia il numero finale della targa e quando mi rula 59 dico: Edo, è il nostro! 

E’ stato come un lampo, Edo ha alzato le braccia e in mezzo alla piazza del mYsore Palace si è messo a urlare: Prasannnnaaaaaaaaa. L’uomo si gira e vedendo quato o,etto saltellare scoppia ridere. 

Questa sera abbiamo festeggiato il compleanno di Sju Jen e siamo andati al locale dell’omino di lego, l’amico di Edo così chiamato perché al posto dei capelli ha una specie di casco che ricorda proprio le parrucche di lego. Abbiamo riso così tanto che a un certo punto. camerieri non riuscivano più a stare seri.

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